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Dalla falce al martello

A cura di Marzia Coronati • 17 Gennaio 2008

Sembra quasi che ci stiamo facendo trasportare dal corso di un fiume in queste ultime puntate di Radio Carta. Le storie, i racconti, le voci ci conducono per un percorso che quasi sembra già scritto, una strada che si costruisce spontanea da sola come un bosco. Dalle storie di migranti, immigrati in Italia e emigrati dall’Italia, che sono state protagoniste delle ultime settimane, nell’ultima puntata abbiamo discusso di lavoro: rappresentanza sindacale, condizioni lavorativi, accessibilità al mondo del lavoro, oggi viaggiamo sulle stesse frequenze, continuiamo a parlare di lavoro: lo facciamo raccontando tre storie, tre storie italiane, in tre periodi storici diversi. Storie di fabbriche e operai, di uomini e donne che lasciarono la falce al posto del martello, storie di paesi che il ferro dell’industria modella, trasforma, crea e distrugge.

Ospiti di questa puntata, in ordine di apparizione la scrittrice Veronica Raimo, il regista Daniele Gaglianone e lo scrittore Christian Raimo.

1. Le gomme di Cisterna

La storia delle gomme di Cisterna di Latina inizia nel 65, nell’epoca dell’industrializzazione dell’Agro Pontino, in quella zona rurale del basso Lazio che comincia a industrializzarsi. Arrivano le grandi fabbriche americane: la Findus, la Slim e arriva la Goodyear. Uomini maschi cominciano a gravitare in quella zona bonificata, alla Goodyear arrivano operai anche dalle Marche e dall’Abruzzo, l’assetto sociale si ribalta, nasce una coscienza collettiva nuova: non ci si sposta più a Roma per andare a lavorare perchè c’è bisogno di braccia proprio lì in paese. All’inizio la fabbricaera stata vista come una manna dal cielo, ci racconta Veronica Raimo, scrittrice che ha seguito da vicino il caso della Goodyear di Cisterna, spirito aziendale molto forte, tornei aziendali, operai che vedevano il gran premio che correva su pneumatici Goodyear. Ma negli anni ‘80 qualcosa cambia. Un lavoratore si ammala e un operaio cerca di fare luce sulla malattia dell’operaio, è Agostino Campagna.

Agostino è solo nella sua battaglia, ma al tempo anche il caso di tumore rimane isolato e unnico. L’operaio riceve una modesta cifra di denaro e l’avvenimento viene messo a tacere. Dopo 30 anni la fabbrica viene chiusa: i 17000 pneumatici prodotti dalla Goodyear non sono più competitivi. Da un giorno all’altro gli operai, come tutte le mattine si alzano per andare a lavoro e trovano sui cancelli della fabbrica un comunicato con su scritto <la fabbrica chiude>. era il 99, erano passato trenta anni da quando la Goodyear aveva aperto i battenti a Cisterna, trenta anni, caso strano, è il periodo medio di incubazione del tumore per esposizione a sostanze tossiche.

Le mille famiglie che gravitano intorno all’industria della gomma si ritrovano all’improvviso senza più entrate. gli operai per protesta decidono d’incatenarsi alle sbarre.Durante quei 170 giorni di catene e picchetti fuori dalla fabbrica, uno dopo l’altro cominciano a morire di tumore altri operai. Agostino è in contatto con un avvocato, Mario Battisti, che gli suggerisce di raccogliere le cartelle cliniche di chi ha contratto la malattia per capire se sussistano gli estremi per una denuncia. Agostino bussa porta a porta alle case degli ex-dipendenti Goodyear, e alla fine si ritrova in mano più cartelle di quante avrebbe mai immaginato. appunta tutti i nomi su un’agenda, divisi in due sezioni, chi è deceduto e chi è stato operato. I numeri parlano chiaro: 120 morti e più di 60 operati. La verità comincia a venire a galla, e così anche la coscienza del paese. Ancora oggi i processi sono in corso, e centinaia di famiglie aspettano una risposta da quella che per 30 anni è stata chiamata <mamma Goodyear>.

2. Colori velenosi

“L´ambiente è altamente nocivo, i reparti di lavorazione sono in pessime condizioni e rendono estremamente gravose le condizione stesse del lavoro. I lavoratori vengono trasformati in autentiche maschere irriconoscibili. Sui loro volti si posa una pasta multicolore, vischiosa, con colori nauseabondi e, a lungo andare, la stessa epidermide assume disgustose colorazioni dove si aggiungono irritazioni esterne” sono le parole di un testo della Camera del Lavoro di Torino del 1956 nell´ambito dell´inchiesta parlamentare sulle condizioni di lavoro in fabbrica all´IPCA, la fabbrica di colori di Ciriè.

l’Ipca aveva aperto i battenti nel 1922,di proprietà delle famiglie Ghisotti e Rodano, la fabbrica produceva colori fatti con sostanze come la beta-naftilamina (benzidina) e aniline. Dopo alcuni anni le prime avvisaglie di malesseri da parte degli operai, e poi la terribile malattia: il cancro alla vescica, li chiamavano “pissabrut”, gli urina rosso. Nel 1968, due operai Albino Stella e Benito Franza ci vollero vedere chiaro. Loro che, dopo essersi licenziati, scoprirono che la malattia li stava pian piano uccidendo, armati di taccuino, cominciarono l´indagine nei cimiteri della zona, annotando i nomi di tutti i compagni di lavoro morti. Ne risultarono la bellezza di 134 solo dal 1968 al 1972.

Con la preziosa testimonianza di Franza e stella iniziò così un processo che portò, nel 1977, alla condanna a sei anni di carcere per omicidio colposo i titolari e i dirigenti dell´azienda. Da una ricerca dell´INAIL, le vittime di tumori alla vescica tra gli ex dipendenti dell´IPCA risultarono essere 168. In seguito a questa vicenda e alle mutate condizioni di competitività commerciale, l´IPCA fallì e cessò definitivamente l´attività nell´agosto del 1982. Questo caso di Ciriè fu la pietra miliare che diede il via a nuove legislazioni nell´ambito della sicurezza del lavoro fino ad arrivare alla normativa europea numero 626 o il decreto 25 del 2002 sui rischi chimici.

3. La città sotto terra

51 chilometri da Roma, un fiume, una ferrovia, una pianura. Un luogo perfetto per fondare nel 1912 la BPD, la Bomprini Parodi Delfino, uno stabilimento di produzione di esplosivi industriali e militari, propellenti, polveri e munizioni da caccia e da tiro. e nasce così Colleferro, nel 1935, nasce sul tecnigrafo dell’architetto Morandi e grazie agli incarichi dettati dal senatore e imprenditore Parodi Delfino che insediò la fabbrica negli antichi possedimenti venduti dai Doria-Pamphili. Così le maestranze specializzate nella fabbricazione di materie chimiche ed esplosive , con le famiglie, giunsero da ogni parte d’Italia (in particolare dalle Marche, dalla Toscana, dall’Umbria e dai vicini territori: contadini e pastori da Segni e dagli altri centri dei Monti Lepini). nel 1940, l’Italia mussoliniana si imbarca nel lampo piu’ lungo della storia. E la fabbrica assume una sua indiscutibile importanza strategica. poi la guerra: Gli addetti della Bpd sono esonerati dai combattimenti: continuano a produrre armi sotto la supervisione dei tedeschi. Poi un giorno il cielo si stria di aerei, iniziano i bombardamenti, : le cave di pozzolana vengono riconvertite in rifugi. Una struttura ipogea, un groviglio di gallerie sotterranee, ogni volta che l’allarme suona le persone scappano nelle cave.

 
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